Concerti: Residency, cosa sono e come si stanno sviluppando
Quando l’Artista non viene più a casa tua ma sei tu a dover viaggiare
Da Marco Mengoni a Harry Styles: che cosa sono le Residency, perché stanno arrivando anche da noi e chi paga il conto.
La notizia che sta facendo parlare molto questi ultimi giorni è la vendita dei biglietti per “Allo Sbagliato”, la residency di Marco Mengoni a Milano. 26 concerti dal 5 novembre al 19 dicembre in un club da 500 posti ricavato negli spazi del Teatro Principe. Un Artista che fino a ieri riempiva gli stadi sceglie di restare fermo per sette settimane, nello stesso posto, davanti a poche centinaia di persone a sera.
Sta cambiando qualcosa nel mondo dei live?! Vi racconto cosa sono le residency, come si stanno declinando e perché la domanda che dobbiamo farci, secondo me, non è “sparirà il tour?” ma “cosa succede a chi non può spostarsi?”. Andiamo con ordine.
Il caso di Marco Mengoni: che cos’è “Allo Sbagliato” al Teatro Principe
Mengoni è artista ma anche direttore creativo di “Allo Sbagliato”, questo nuovo format di concerti in cui suona in media quattro volte a settimana, senza una scaletta fissa. Al centro c’è una soul band di 12 elementi, lui compreso, con un’impostazione volutamente analogica: niente click, niente computer, niente strumenti digitali. Ospiti scelti da lui (musicisti, comedian, designer) e telefoni chiusi in apposite buste all’ingresso, non sequestrati, per riportare l’attenzione sul “qui e ora”.
I biglietti hanno tre fasce: 39 posti sul palco a 200 euro, parterre a sedere a 150, in piedi a 100, con un massimo di due biglietti per account e per una sola data. Queste cifre sono da considerarsi al netto senza prevendita.
Ma che cos’è esattamente una Residency? Dalle origini al modello moderno
Una residency è una serie di concerti che si tengono nello stesso luogo, spesso a serate ravvicinate. Un po’ come le residenze artistiche, dove l’Artista si ferma in un posto per un periodo definito e crea opere legate a quell’esperienza. Non è un’invenzione di oggi. Elvis ne fece più di 600 all’International Hotel di Las Vegas tra il 1969 e il 1976, Springsteen suonò dieci sere di fila al Bottom Line di New York nel 1975, Billy Joel è stato per dieci anni al Madison Square Garden (2014-2024). Inizialmente fare la residency a Las Vegas era vista come “l’ultima spiaggia”, ora le cose sono un po’ cambiate.
E in Italia? La storia c’è già. Nel 1972 Mina fece alla Bussola di Marina di Pietrasanta venticinque serate tutte esaurite. Nel 1981 Renato Zero risponde con “Estate a Zerolandia”. Quindici serate dal 1° luglio a fine settembre, uno show a settimana, con i sorcini che arrivano da tutta Italia. Non lo chiamavano ancora “residency”, ma il pubblico che viaggia verso l’Artista esisteva già.
Diversi modi di fare Residency (con esempi)
In questo momento, sia in Europa che a livello globale, il concetto di stanzialità nella musica dal vivo si sta evolvendo rapidamente. La residency non è più un format unico o una scelta “da fine carriera”. E’ un vero e proprio strumento strategico con cui artisti e produzioni ridisegnano lo spettacolo, creano alternative al format del tour, sempre uguale in ogni città. Guardando al mercato attuale, ho notato che si stanno delineando alcuni modelli principali:
La Club Residency
È la forma più classica e storica di residency. Luogo intimo, numero di persone molto limitato, nessuna distanza tra pubblico e Artista, esperienza originale, effetto sorpresa delle scalette sempre diverse e degli ospiti speciali. Alcuni esempi italiani sono appunto Mengoni o Francesca Michielin con “Suono di sabato” all’Arca di Milano, più sabati consecutivi tra live intimi e jam session.
Residency in grandi venue e stadi (Vasco, Pezzali, Céline Dion)
Vasco: 10 concerti all’Olimpico di Roma dal 6 al 25 giugno 2027, annunciati come la residency più lunga in uno stadio. L’idea è quella di trasformare i 50 anni di carriera del KOMandante in una festa diffusa, invece di un unico evento con centinaia di migliaia di persone, per garantire più facilità, sicurezza e qualità. Max Pezzali chiuderà il 2026 con sei serate all’Unipol Dome di Milano. Céline Dion torna sul palco dopo anni di assenza con 26 concerti alla Paris La Défense Arena. 16 tra settembre e ottobre 2026 e altri 10 a maggio 2027, aggiunti per l’enorme richiesta. Niente serate consecutive, ma tre a settimana.
La città temporanea e le venue temporanee ad hoc (Adele, ABBA, U2 Sphere)
Adele nel 2024 si è fatta costruire a Monaco di Baviera un’arena temporanea per la sua residency di 10 date. Chiamata “Adele Arena”, un’arena pop-up all’aperto da 80.000 posti a sedere per serata, costata circa 130 milioni di euro. L’impianto includeva un palco principale con una passarella ad anello da 220 metri. Aveva poi un mega-schermo LED concavo lungo 220 metri (registrato nel Guinness dei Primati). Intorno all’arena è stato creato un vero e proprio villaggio tematico (“Adele World”) con pub inglesi riprodotti, ristorazione e attrazioni per i fan prima e dopo lo show. È stato il più grande impianto temporaneo mai realizzato per uno show musicale residenziale. Finiti i 10 concerti, l’intera struttura è stata smantellata.
Altri casi simili di Venue temporanee, riadattate o dedicate a un singolo progetto sono:
- ABBA Voyage (Londra, 2022 – in corso). La ABBA Arena nel Queen Elizabeth Olympic Park di Londra è un’arena modulare da 3.000 posti progettata e costruita da zero esclusivamente per lo show olografico dei virtual “Abbatars”. La struttura è interamente smontabile (può essere trasferita in altre città), ma è nata con l’unico scopo di ospitare quell’esperienza tecnologica specifica.
- U2 al Sphere (Las Vegas, 2023-2024). La Sphere di Las Vegas è una venue permanente (costata 2,3 miliardi di dollari), ma la residency degli U2 (U2UV Achtung Baby) è stata pensata e progettata su misura per far debuttare l’architettura della sfera LED. È l’esempio opposto ma parallelo ad Adele. Non una venue temporanea per un artista, ma un artista chiamato a “inaugurare” un’architettura unica plasmando lo show sulle capacità dell’edificio.
Il tour fatto di residency (Harry Styles, Bad Bunny)
Harry Styles nel 2026 suona solo in sette città. Trenta date al Madison Square Garden. Dodici notti a Wembley, dieci ad Amsterdam, con uno show “in the round” che dà allo stadio un’atmosfera da sala condivisa. Bad Bunny ha fatto 31 serate a San Juan nell’estate 2025, con un forte valore anche politico, e nel 2026 ha alternato tappe singole a blocchi: 8 a Città del Messico, 10 a Madrid, 3 a Buenos Aires e poi in altre città europee.
Perché gli Artisti (e le produzioni) scelgono la Residency?
I motivi sono molteplici. Innanzitutto i costi. Come accennato per le grandi produzioni negli stadi, abbattere le spese fisse e di allestimento, stage design e fleet logistics consente di ammortizzare il budget di produzione fin dalla prima data. Questo azzera i rischi del trasporto quotidiano. Invece di smontare, caricare più di 100 TIR, ripartire e rimontare ogni 2 giorni in città diverse (con costi e rischi enormi), si concentrano più date in una sola venue.
Lo spettacolo. Una scenografia pensata per un solo palco è difficile da portare in viaggio in città diverse in cui trovi anche service e allestimenti tecnici o strutturali diversi. La vita degli Artisti: Styles ha spiegato che il formato gli permette di “restare dentro la propria vita” mentre lavora, e lo stesso vale per la band e le loro famiglie.
L’evento irripetibile: scalette diverse, ospiti, un intero disco: un modo per giustificare biglietti sempre più cari. E la gestione dei flussi molto più gestibile con un rischio in termini di sicurezza molto inferiore, ma anche come numero di addetti alla sicurezza necessari per ogni serata.
Ambiente, Sostenibilità e costi per i Fan: chi paga davvero il conto?
Secondo diversi analisti del settore, questo nuovo modello non abbassa davvero i costi complessivi della musica dal vivo: si limita a spostarli dalle spalle della produzione a quelle del pubblico.
Concentrare le residency nei grandi hub urbani — come Milano, Londra o Parigi — risponde a una precisa logica di mercato. Sono città con una forte concentrazione di pubblico ad alto reddito disponibile. Sono in grado di sostenere i prezzi sempre più alti dei biglietti esclusivi, e sono dotate delle infrastrutture necessarie (aeroporti, alta velocità, ricettività alberghiera) per accogliere enormi flussi di persone.
Il rovescio della medaglia è l’inclusività economica e geografica. Per chi non vive in un grande centro connesso, l’esperienza del concerto cambia radicalmente. Non si tratta più solo di acquistare un biglietto, ma di pianificare un vero e proprio viaggio di trasferta. Tra treni o voli, pernottamenti e spese extra, il costo reale dell’evento raddoppia o triplica, trasformando il concerto da momento di aggregazione popolare a vero e proprio status symbol per chi può permetterselo.
E l’impatto sull’ambiente?
È forse l’aspetto più controverso e sfuggente dell’intero fenomeno. Da un lato, fermare i bilici, le scenografie e la crew nello stesso posto per settimane riduce drasticamente la logistica pesante di un tour. Dall’altro, però, si genera un effetto paradosso: l’impronta ecologica non scompare, ma si frammenta nei migliaia di viaggi individuali che i fan compiono per raggiungere la venue.
Ad oggi mancano ancora studi comparativi diretti capaci di mettere sulla bilancia una residency e un tour tradizionale per capire se il saldo finale delle emissioni sia davvero positivo o negativo e se effettivamente convenga tenere fermi i camion della produzione o tenere i fan vicini alle loro case. I pochi dati a disposizione sui viaggi del pubblico, peraltro, raccontano storie diverse:
- I dati dell’MIT Climate Machine (ricerca condotta in collaborazione con Coldplay, Warner Music Group e Live Nation) stimano che i viaggi del pubblico rappresentino da soli il 77% delle emissioni totali degli eventi live nel Regno Unito e il 62% negli Stati Uniti.
- Le analisi sui festival europei, al contrario, ridimensionano la quota stimando che il peso del pubblico sulla carbon footprint media si attesti intorno al 41%.
Senza metriche neutrali e condivise, la sostenibilità rischia di rimanere un’ottima leva di marketing per le produzioni. Il dubbio però rimane: conviene davvero fermare i TIR dell’artista se poi sono decine di migliaia di fan a doversi mettere in viaggio verso un’unica città?
Il futuro dei live: sostituzione o alternativa al tour?
Al momento non credo che le residency sostituiranno il tour, e sarebbe un peccato. Il tour è l’unico modo in cui l’Artista arriva un po’ ovunque, anche nelle città che partecipano meno alle dinamiche di industria musicale. Ma penso che possano diventare un capitolo a sé. Un formato molto interessante, sicuramente esclusivo e non inclusivo, ma anche intimo, originale, pensato attorno a un luogo, da alternare negli anni a un tour promozionale classico che tocchi anche le città più remote, per non perdere chi non può permettersi di viaggiare o di spendere cifre enormi.
Anche se, diciamocelo chiaramente, forse ha più senso (o quantomeno è più giustificato) pagare 150€ per un evento più ricercato, con poche persone, piuttosto che per un evento all’Ippodromo in cui vedi a malapena da uno schermo lontano 1km dal palco.
E voi? Andreste in un’altra città (pagando viaggio, hotel e biglietto costoso) per un’unica serata esclusiva di una residency?! Fatemelo sapere!
Immagine copertina: L’imponente Adele World / Adele Arena, un’arena temporanea da 80.000 posti costruita a Monaco di Baviera per la residency di Adele nel 2024. (Foto: NUSSLI / Live Nation)
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